Gennaio 2020 – La Stampa “Rai, un palinsesto visto e rivisto”

25/01/2020 La Stampa di Paolo Festuccia

Qui Houston, abbiamo un problema… in viale Mazzini. E si chiama programmi nuovi. Non solo nomine e partiti. Certo, la politica ci mette del suo ma sugli schermi Rai solo negli ultimi 3 anni si sono viste e riviste in prima serata 579 repliche tra prima, seconda e terza rete. Un record che certifica da un lato la carenza di prodotto, dall’altro che gli italiani pagano, sostanzialmente, il canone per rivedere, ogni due giorni o poco più, (e non nel palinsesto estivo) i programmi visti nei mesi e negli anni passati.

Qualche esempio: ventiquattro volte ‘Don Matteo”, 14 “Un passo dal cielo”, 10 “Che Dio ci aiuti 3”, e poi uno sproposito di Biancaneve, e almeno una volta l’anno l’evergreen Pretty Woman, che «ogni volta che lo metti», racconta un dirigente Rai, «fa sempre il 20 percento», 17,35% per la precisione lo scorso luglio. E dulcis in fundo, e primo assoluto in fatto di repliche: Il Commissario Montalbano”: sul piccolo schermo per ben 44 volte, nonostante la consuetudine di lasciarlo “riposare” almeno in autunno. Consuetudine disattesa, e giù altri dieci passaggi in più. Certo si obietterà, anche negli anni passati accadeva; vero, ma si è passati dalle 160 prime visioni di fiction nel 2001 alle sole 99 del 2019. Un’abitudine consolidata quella delle repliche, diventata una regola fissa l’anno passato, dove a farla da padrone è la rete ammiraglia con la replica di 52 fiction in prime time e ben 27 film: totale 79. Se poi si aggiungono le gemelle Raidue e Raitre il conto finale sale a 215 serate televisive, con un più 40,5% a Raiuno. Tante repliche in onda, osserva un produttore di prima importanza, “dimostrano che le produzioni non ci sono più, che i tagli nel settore sono considerevoli e che la filiera produttiva del racconto dagli sceneggiatori ai costumisti rischia di fermarsi”. Non a caso, infatti, nel bilancio di viale Mazzini, negli anni, la differenza tra investimenti per le produzioni e spese stipendi si è sempre più assottigliata. Un miracolo, allora, se la Rai resta a galla. Ma non sempre le ciambelle riescono tutte col buco. Tant’è che le sole 80 serate in prime lime per Raiuno del 2019 cominciano a stare un po’ strettine agli italiani che già in due milioni sono finiti tra le braccia di Netlix. E poi c’è Sky, Amazon, YouTube, Disney+ e via dicendo. Passo dopo passo le Tv e le piattaforme digitali crescono e il perimetro della Rai si fa sempre più stretto. E come scendono gli investimenti sul prodotto cala il numero degli spettatori, i ricavi pubblicitari (poco più di 600 milioni) si contraggono e in viale Mazzini si inizia a temere la perdita in bilancio accompagnata dalla crisi d’ascolto (nonostante la Rai resti leader nello Share). Un tema comune alle tv generaliste (a parte Rete4 che cresce), che negli ultimi due anni sono passate da 10 milioni e 40mila spettatori a 9milioni 859mila e che preoccupa soprattutto Raiuno e Raidue, dove il tonfo è del 14,2 e del 6 percento anno su anno. Questo, almeno, dicono i dati e questo raccontano nel quartier generale di viale Mazzini dove nel raffronto gennaio/dicembre 20182019 nel prime time la Rai ha registrato un meno 1,9 per cento contro un più 1,8 per cento di Mediaset.

Le cose non vanno meglio nemmeno sul fronte digitale (eccezion fatta per Raiplay che Salini ha rilanciato con Fiorello). I dati Audiweb-Nielsen, nel giorno medio, certificano che la Tv pubblica rispetto allo scorso anno è passata (la torta complessiva è di 4,5 milioni di utenti) da 836mila 830 utenti unici a 677mila 195. Non solo, la Rai è l’unico editore tra Mediaset, Sky, Discovery e La7 con il segno meno davanti. Mediaset, infatti, dai 2milioni 910mila del 2018 è cresciuta sino a 3milioni 196mila utenti unici, e Sky da 1milione 196mila è passata a 1 milione 666mila con un più 4,162 percento. Numeri sui quali anche i partiti discutono e si interrogato. E su questi elementi, infatti, proveranno a inchiodare alle proprie responsabilità i vertici della Rai, a cominciare dall’amministratore delegato Fabrizio Salini. A prescindere dal voto in Emilia, che pure peserà su tante questioni, e alle future nomine dei direttori delle testate giornalistiche. Insomma, per dirla con Ungaretti a viale Mazzini ormai «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». Ballano tutti. Balla il cda e balla l’amministratore delegato. «Un uomo garbato», dicono di Fabrizio Salini all’unisono i dipendenti, ma che da qualche mese non garba più a nessuno tranne a una fetta dei 5Stelle. Non piace ai renziani e ancora meno al Pd. A tutti quelli del partito democratico, che tra le loro file contano anche Roberto Gualtieri che da ministro del Tesoro è l’azionista della Rai. Un azionista, finora, discreto e silente ma sensibile ai risultati di bilancio delle aziende pubbliche e con il quale l’Ad Salini farà presto i conti. «Ora, però, ci vorrebbe un colpo d’ala», dicono a viale Mazzini. Ma l’ultimo colpo d’ala lo fece l’ex dg Luigi Gubitosi quotando in borsa Raiway: in un sol colpo distribuì – ob torto collo – 150milioni al Tesoro, valorizzò l’azienda e consegnò i bilanci in attivo». Diversamente, ed è questa la battuta più gettonata nei corridoi, «la Rai farà la fine di Alitalia, a meno che non arrivi un dirigente interno capace di mettere le mani dove è necessario».